GIUDICI DANESI E GIUDICI MILANESI di Alberto Guariso
Il 25 novembre scorso l’avvocato generale presso la CGE Yves Bot ha depositato le sue conclusioni nella causa C-441/14. Venticinque pagine dense di richiami e argomentazioni per affrontare problemi di grandissimo rilievo: la portata del divieto di discriminazioni per età nell’ambito del rapporto di lavoro; la possibilità che il giudice nazionale vi dia diretta applicazione anche nei rapporti tra privati; la soluzione del difficile conflitto che vede da un lato la prevalenza della norma comunitaria sulle norme nazionali difformi, dall’altro l’esigenza di tutelare l’affidamento del privato che aveva legittimamente confidato nella validità della norma nazionale.
Se però si leggono gli atti e si va a vedere qual era la posta in gioco davanti al giudice nazionale (quello danese) si scopre che la questione riguardava un indennizzo di 3 mensilità per il lavoratore licenziato in prossimità dell’età pensionabile. E si scopre anche che la questione giunge alla CGE per la terza volta (cfr. in precedenza le sentenze 12.10.2010 in causa C-499/08 e 26.2.2015 in causa C-515/13) perché i giudici danesi hanno deciso di sottoporla alla Corte in tutte le sfumature possibili.
E il pensiero dell’avvocato usurato da anni di peregrinazione tra le aule delle sezioni lavoro corre immediatamente alle molte occasioni in cui, avendo proposto una domanda del valore di tre mensilità, ha incrociato quel notissimo sguardo del giudice che esprime a un tempo paterna comprensione (“la capisco, ma sa, qui abbiamo tante cose da fare”) un pizzico di fastidio e la ferma convinzione che la questione non meriterebbe tanta mobilitazione di energie, perché il diritto serve ad altro; e dunque la causa “deve” essere conciliata.
Chi ha ragione ? I giudici danesi o ………..i giudici milanesi ? In altre parole: quanto seriamente va preso il diritto ? Quanto serve – se serve – che un’autorità riconosciuta affermi la regola del conflitto ?
Forse per deformazione professionale, tendiamo a pensare che abbiano un pizzico di ragione in più i giudici danesi.
Certo, sappiamo bene i limiti degli strumenti che maneggiamo; e sappiamo che ci sono tante relazioni tra le persone che valgono più di milioni di sentenze, proprio perché prescindono dal diritto, dal divieto, dalla regola, dallo scambio.
Ma sappiamo anche che i grandi principi – primo fra tutti quello dell’uguaglianza e della non discriminazione, nei limiti in cui sono riconosciuti dalle nostre carte fondamentali – vivono, si modellano, si consolidano e producono consenso solo se sono in grado di regolare anche i conflitti apparentemente minori, ivi compreso quello su tre mensilità di retribuzione.
Per questo – immaginiamo – i giudici danesi hanno preso così seriamente la questione.
E per questo, benché amministrino un diritto che non conosce né Statuto dei lavoratori, né reintegrazione, ci sono divenuti molto, molto simpatici.
Dicembre 2015
Alberto Guariso