APPALTO, SOLIDARIETA’, LIBERISMO di Alberto Guariso
Mentre la politica si accapiglia attorno all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, il Parlamento, senza troppo accapigliarsi, confeziona qui e là piccoli gavettoni contro i lavoratori, con effetti che sono talvolta quelli di una cannonata.
Uno di questi è la modifica dell’art. 29 del Dlgs 276/03, con l’introduzione di forti limiti all’obbligo solidale dell’appaltante per le retribuzioni dovute dall’appaltatore ai propri dipendenti.
Chi ha a un minimo di conoscenza del “lavoro debole” – quello degli addetti alle pulizie o delle cooperative di facchinaggio o dei cantieri edili; quello, per intenderci, che è spesso lavoro da 4 euro l’ora – sa quanto quella norma si sia rivelata fondamentale per garantire a dipendenti di aziendine “volatili” il pagamento delle retribuzioni e del TFR: bastava spesso una lettera indirizzata anche all’appaltante e voilà il piccolo imprenditore, timoroso di perdere i buoni rapporti con chi gli garantisce il lavoro, faceva saltar fuori quel gruzzoletto che in precedenze non avrebbe scucito neppure di fronte all’ufficiale giudiziario.
Ma quella norma non serviva solo a tutelare i lavoratori. Serviva anche a eliminare dal mercato il piccolo imprenditore che nasce strutturalmente debole, destinato a creare soltanto buchi nelle tasche dei lavoratori e dell’INPS; e, prima ancora, serviva a responsabilizzare l’imprenditore “grande” nella scelta del proprio contraente, avvertendolo che, imponendo all’appaltatore tariffe da fame, avrebbe esposto se stesso al rischio di un’azione giudiziaria da parte dei dipendenti di quest’ultimo. Era insomma, una norma di equa regolazione del mercato.
Si trattava dunque di una norma di regolazione del mercato, che in quanto tale non era né di destra, né di sinistra (non a caso era stata introdotta dal governo Berlusconi e poi ampliata sotto il governo Prodi) ma apparteneva a una logica liberista di buon senso, tanto che persino l’unione europea l’ha introdotta nella direttiva 2009/52 in tema di sanzioni ai datori di lavoro che occupano stranieri irregolari.
Per di più l’ingiustificata marcia indietro è avvenuta con scelte tecniche pasticciate, che renderanno la vita impossibile a tutti gli operatori del diritto: ora il Giudice deve condannare sia appaltante che appaltatore in solido, ma dichiarando che l’azione esecutiva non potrà avere inizio prima che sia terminata “la preventiva escussione” dell’appaltatore. Per intenderci : prima di chiedere i soldi alla grande impresa edile milanese il manovale rimasto senza retribuzioni dovrà andare a Reggio Calabria a cercare di pignorare i mobili del piccolo imprenditore edile che operava con la sua impresina individuale all’interno del cantiere. Con un dispendio di tempo e di soldi che spesso lo scoraggerà dal proseguire.
Secondo il nuovo sistema la disgraziata regola della “preventiva escussione” è aggirabile chiamando in causa il solo appaltante: ma, a parte il fatto che spesso ciò non è possibile (si pensi al caso del lavoratore “in nero” che necessariamente dovrà far accertare il rapporto di lavoro anche in contraddittorio con l’appaltatore), la nuova formulazione prevede anche in questo caso una norma salva-aziende : il committente chiamato da solo in giudizio, può anch’esso avvalersi della preventiva escussione se indica i beni dell’appaltatore sui quali il lavoratore può “agevolmente soddisfarsi”. E cos’è una “agevole soddisfazione” ? Un immobile del quale il lavoratore può “agevolmente “ ottenere la vendita entro 4 o 5 anni ? Un vecchio furgone che, pignorato e messo all’asta, renderà forse 2.000 euro, ma forse solo 500 (il che si saprà solo al termine di due anni di azione esecutiva)? Il rischio e i tempi dell’azione esecutiva tornano così integralmente sulle spalle del povero manovale, anziche restare sulle spalle di un impresa che dovrebbe lei sì pagare il prezzo di una scelta incauta.
L’ufficio complicazioni affari semplici è dunque sempre in grande attività. Che lo faccia alle spalle dei lavoratori è esperienza non nuova. Che lo faccia stracciando le regole minime di un mercato che si vorrebbe capace di premiare le imprese oneste e efficienti, lascia ancora più sconfortati.
Milano, 20 aprile 2012
Alberto Guariso